
1943
Ci svegliano le sirene, rombi cupi, il fragore,
per le scale di corsa tra urla in cantina,
donne e vecchi atterriti, noi, spaventati
da tante facce spaventate nella poca luce,
i muri tremano, c’è polvere, c’è chi piange
nella polvere ore e ore, poi torna la sirena,
cessano i boati, il rombo, e una torcia fruga,
dietro la torcia un pompiere ci guarda contento,
ci passa uno a uno a un altro, a un altro e poi
ancora un altro e siamo fuori, sulla strada
a cercare nella polvere i cinque piani grigi
di una casa, la nostra, che non c’è più.
Ed è la fuga in Brianza, che non so dove sia,
e mia madre ha la faccia di pietra e non parla,
spinge una vecchia bici con tutto ciò che ha,
due bambini, una valigia e un marito chissà.
Poi c’è una casa tra le gambe del lago,
da una parte i boschi, dall’altra la vallata,
là, in fondo il Lambro a correre tra i pioppi,
cornice sinuosa del quadro dei ricordi
Dietro la casa svetta l’abete argentato,
alto oltre il tetto di marsigliesi rosse,
dal fondo della valle il rombo di un trattore,
il primo a dare il cambio a una coppia di buoi.
noi bambini sappiamo di averla scampata,
e cresciamo, tra Salgari e il lago di Pusiano,
tra El Gumbet, La Salesada e i caimani del Lambro,
mentre a Milano si teme ancora la sirena,
c’è chi spera aspettando il ritorno di qualcuno,
se da sotto lei macerie o disperso tra le montagne
lo diranno i suoi occhi quando e se tornerà,
facciamo la prima classe tra bambini come noi
che ci guardano male perché abbiamo le scarpe,
pronunciamo la esse e non andiamo nei campi
a dare una mano ai nonni, che i padri chissà dove sono,
forse insieme ai nostri padri a sperare di tornare.
23 giugno 2025