XLI^
28/8/2015

Una vecchia e saggia regola, alla quale peraltro fatico molto ad attenermi, dice di evitare di tornare troppo spesso e a lungo nei luoghi molto amati, se si vogliono evitare delusioni. Sono un vecchio innamorato della Maremma, lo sono fin dai lontani anni ’60…

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Una vecchia e saggia regola, alla quale peraltro fatico molto ad attenermi, dice di evitare di tornare troppo spesso e a lungo nei luoghi molto amati, se si vogliono evitare delusioni. Sono un vecchio innamorato della Maremma, lo sono fin dai lontani anni ’60, e ci sono tornato ogni anno sino all’alba del nuovo secolo. Ci venivo in motocicletta, prima, e ho continuato a venirci anche quando qualche acciacco mi ha consigliato di raddoppiare il numero delle ruote. Una delle ragioni, la più importante di questa fedeltà, è Carlo, un vecchio agricoltore di Montemerano: lui e la sua famiglia mi hanno accettato come amico allora, quando sia io che lui avevamo capelli in testa e muscoli al loro posto, quando le sue figlie erano bimbette e la festa era un cocomero fresco da mangiare all’ombra di una quercia o in riva all’Albegna. Il divertimento era farmi insegnare da lui a guidare il trattore. Da allora sono passati quasi cinquant’anni. Ai miei occhi agosto è un mese maledetto, un mese bruciato, soffocante nel suo presagio di fine estate, un mese in cui la natura spossata ha dato ciò che poteva dare e se ne sta lì esausta a riverberare un sole di cui non sa più che fare, in attesa che la pioggia venga a gonfiare un poco gli acini nelle vigne. Agosto è anche il mese in cui in Italia si fermano tutte le attività lavorative che danno uno stipendio; è quindi il mese in cui le città si svuotano, restituendo la parte più fortunata dei loro abitanti meno ricchi ai posti dai quali sono fuggiti per venire in città a cercare fortuna, o anche solo una vita meno faticosa e aleatoria. Così anche nella casa colonica di Carlo e Isa arrivano, in gruppo o alternandosi, figlie e nipoti, la diaspora che ha lasciato solo Carlo a vedersela con il podere che ha sfamato tutti e tutti ha fatto crescere e mandato a scuola, dando loro una mano perché potessero costruirsi una famiglia, una casa. Agosto è un mese maledetto, ma è l’unico in cui tutto o quasi si ferma. Siamo arrivati anche noi due. Guidando piano sullo sterrato che conduce dall’asfalto rovente all’aia della casa, gialla contro il verde cupo dei pini e quello più pallido degli ulivi, siamo tornati a trovare Carlo e Isa. Erano lì, come sempre: Isa minuta, svampita e sorridente, lui cotto dal sole, lo sguardo azzurro solo un po’ più stanco, solo un poco meno allegro, le spalle più curve. Da anni vedo le mie spalle fare lo stesso percorso, gli occhi non so. Ci siamo abbracciati come sempre, chiamandoci fratelli, come sempre da cinquant’anni. -E’ tutto morto- mi ha detto, indicando con la mano i campi e la vigna. E così mi ripete ciò che già temevo, che a ottantotto anni anche una quercia come lui non ce la faceva più a mandare avanti il podere da solo. Ha venduto il terreno a gente che gli aveva promesso di continuare a coltivarlo e che invece ha lasciato andare tutto alla malora, per incapacità, per disinteresse, vai a sapere quali sporchi affari ci sono dietro. Lui ha tenuto la casa, un orto e un piccolo colle a ulivi. Appoggiati alla ringhiera guardiamo insieme i campi bruciati, la vigna che si ostina a cercare di farcela da sola, -C’è un extracomunitario che era un loro dipendente, viene qui gratis a cercare di tenere in vita almeno la vigna, chissà da quanto non lo pagano, lo aiutiamo un poco noi-. E Carlo si volta, dà le spalle a tutto quello sfasciume, mi dice delle figlie, sposate e già madri e nonne a loro volta, su, a Castel Fiorentino. Accenna al figlio, uno sbandato che gli ha lasciato lì due nipoti da crescere e se n’è andato; poi del nipote, quello cresciuto lì e ora in giro per il mondo, e di suo fratello, andato a concludere tragicamente la sua breve esistenza infelice nella cupezza dell’inverno ossolano. Parla piano, Carlo, poi mi dice che deve andare a fare l’iniezione d’insulina alla sua Isa, questa sera come sempre da quando ci conosciamo. La terra maremmana là, dove comincia a salire e a smettere di essere Maremma, ma che orgogliosamente si ostina a chiamarsi così, è tutta lì, nelle spalle curve di Carlo che vanno verso la casa. A tre o quattro chilometri, oltre il dosso degli ulivi, ci sono le Terme di Saturnia e il turismo da souvenir, ristoranti, aperitivo e tombe etrusche. Ma è una Maremma lontana anni luce da qui, come di un altro pianeta.

A fine mese, o poco prima, la diaspora che ha privato queste terre di ciò che davvero le rendeva e le conservava uniche, il mondo contadino, tornerà presto a distribuirsi nelle città. Qui resteranno, ancora abbastanza numerosi, ma sempre più vecchi, stanchi e soli, Carlo e Isa, che figlie, nipoti e pronipoti, sappiano dove tornare ad agosto, magari a Natale e a Pasqua, comunque non a vivere e lavorare. Carlo e Isa resteranno ancora un poco, almeno fintanto che l’inutilità alla quale quest’epoca condanna i vecchi non li spingerà a svernare in qualche periferia urbana, magari per avere vicino qualcuno della famiglia, per non dover vedere il loro podere abbandonato. Da anni penso che mi piacerebbe scrivere di Carlo e Isa, da sempre non ne ho il coraggio: sono personaggi troppo grandi per la mia penna.