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6/9/2014

Accade ormai troppo spesso perché non ci si debbano porre delle domande: come è possibile che dei carabinieri, o dei poliziotti, non siano in grado di fermare tre ragazzi su uno scooter senza doverne ammazzare uno e farsi scappare gli altri due

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Accade ormai troppo spesso perché non ci si debbano porre delle domande: come è possibile che dei carabinieri, o dei poliziotti, non siano in grado di fermare tre ragazzi su uno scooter senza doverne ammazzare uno e farsi scappare gli altri due? Che dei carabinieri, degli agenti di polizia, e persino delle guardie carcerarie o degli agenti di polizia locale, non riescano a ridurre all’impotenza un esagitato senza massacrarlo di botte, accopparlo? Non sto urlando all’assassino, sto solo interrogando e interrogandomi. Il morto di oggi è un ragazzo meno che maggiorenne, napoletano e, a giudicare dalle foto che circolano in rete, nemmeno dall’aria pericolosa o minacciosa. Un diciassettenne ammazzato da un ventiduenne! Non sembra che ci fosse nulla che potesse incutere paura a degli agenti preparati a svolgere il loro compito, e nessuno vorrà sostenere che tre ragazzi su un motorino, a Napoli, sono una stranezza da far rizzare i capelli in testa a dei carabinieri: come tre feroci banditi che scappassero in monopattino dopo una rapina! Si parla di una rivoltella di plastica, un giocattolo che li avrebbe tratti in inganno: ammesso che ci fosse,  resta il dubbio più che legittimo su chi l’abbia portata lì, visti i numerosi precedenti tipo scuola Diaz. Questi servitori dello stato con quali criteri vengono arruolati, selezionati, addestrati? Quali caratteristiche umane, psicologiche, culturali anche, sono richieste per indossare una divisa, portare un’arma sapendo distinguere quando è il caso di sfoderarla o meno? Perché un ragazzo di ventidue anni viene mandato in strada in divisa e armato, affidato a se stesso e al proprio discernimento? Già negli anni ’70, noi che c’eravamo e ci confrontavamo spesso con la Celere e con i militi della Benemerita, eravamo costretti a fare spesso i conti con rivoltellate “partite accidentalmente”, furgoni militari che inseguivano persone sui marciapiedi fino a investirle, commenti in divisa sulle dimensioni del cervello del comunista investito, lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e gruppetti di agenti in tenuta da moderno legionario romano che massacravano di botte ragazzotti già caduti a terra e isolati dai loro compagni. E’ pur vero che in quel periodo c’erano anche ferrovieri  padri di famiglia che si tuffavano dalle finestre della Questura di Milano, sotto lo sguardo atterrito e impotente di tre o quattro poliziotti che li stavano interrogando. Perché? Perché è ancora possibile che al G8 di Genova accada ciò che è accaduto? Che ancora oggi, Anno Domini 2014, le persone che sono incaricate di tutelarci, eventualmente anche da noi stessi, siano manifestamente incapaci di farlo? Di questo si tratta, direi principalmente: di una superficiale e imperdonabile leggerezza nei criteri di selezione e addestramento di queste persone. Da quello che ci raccontano giornali e televisioni non è una situazione solo Italiana, anzi: spesso, davanti al comportamento di certi tutori dell’ordine, di qualsiasi paese e di qualsiasi colore, viene da pensare che a distinguerli dai criminali sia solo il fatto che loro sono in divisa e autorizzati alla violenza, gli altri no, quando poi non si scopre che neppure di criminali si trattava. Solitamente discorsi come questo ottengono difese d’ufficio a base di conta dei caduti, paghe basse, turni massacranti e via dicendo. Quando un tribunale trova il coraggio di condannare dei colpevoli in divisa, le condanne sono addirittura più offensive di eventuali assoluzioni: gente che viene semplicemente spostata da una città all’altra, sospesa per qualche mese, cose così o poco più in là. La domanda vera e unica, quella ineludibile per qualsiasi paese che voglia dirsi civile, è sempre la stessa: come vengono selezionati, preparati, addestrati, gli uomini e le donne che indosseranno quelle divise che dovrebbero darci sicurezza? Che titolo di studio è richiesto per partecipare ai concorsi? Quale specifica preparazione fisica e atletica viene loro impartita? Quale forma fisica è necessaria per rimanere in servizio attivo, e quale capacità di autocontrollo? Quale periodicità hanno poi le verifiche sulla loro idoneità psicofisica al servizio che sono chiamati a svolgere? Come viene preparato il personale che deve svolgere questi indispensabili controlli? Non si tratta di assumere dei portalettere, degli usceri o delle veline: si tratta di armare degli individui e mandarli in strada autorizzati a usare quelle armi, quando necessario. I morti ammazzati per sbaglio, per “colpi accidentali”, pallottole “rimbalzate” (sic), eccesso di zelo nell’assicurare un drogato o un ubriaco alla giustizia e via dicendo, quelli ammazzati a tre metri di distanza con un colpo alla schiena perché “stavano scappando”, oltre a essere la prova che ci sono agenti in servizio attivo che non riescono neppure a inseguire e neutralizzare un ragazzino, sono la prova che uno stato, nella fattispecie il mio, ha un’idea della giustizia e dell’ordine da raccapriccio. Ci sono ottimi, preparatissimi investigatori, agenti e carabinieri che svolgono egregiamente il loro lavoro, ma per le strade, a vedersela con gli ultimi, negli stadi, a presidiare scioperi e situazioni di tensione sociale non ci sono loro, evidentemente. Ho conosciuto poliziotti e carabinieri, li ho conosciuti personalmente, con alcuni sono in rapporti di amicizia: sono i primi ad ammettere che l’ordine pubblico, il presidio del territorio, sono vissuti troppo spesso con l’eccitazione dello scontro, con l’imperativo di sopraffare fisicamente il “nemico”, come un’occasione per esorcizzare la paura con la violenza, se non addirittura per esercitare la violenza come dimostrazione di potere, di forza. Gente culturalmente inadeguata e impreparata, sicura dell’impunità, quasi certa dell’omertà di colleghi e superiori, salvo rarissime eccezioni, e questo è davvero intollerabile in un paese che si vanta e  compiace del proprio livello di civiltà.